domenica 5 giugno 2011

1861 ---> 2011

Carissimi giornalisti, egregissimi presentatori, stimatissimi politici, simpaticissimi attori,

vorrei festeggiare con tutti voi il centocinquantesimo anniversario dell’unità del nostro bel Paese. In questi passati mesi di celebrazioni, inni e discorsi ufficiali, non ho potuto fare a meno di sentirmi infastidita e a disagio, quando invece i presupposti per una festa col botto dovrebbero essere buona musica e compagnia. Alla compagnia alla lunga ci si abitua, nel bene o nel male, ma se il sound è mediocre … meglio scappare a gambe levate! Ovunque mi giri, con chiunque parli, chiunque ascolti, qualsiasi canale tv o radio accenda: cacofonia.

Quasi mi viene da pensare che sia io la straniera e che non sappia molto bene parlare italiano, ma da giovane toscana quale sono, raccatto dal pavimento i panni sudici del party di ieri sera, e mi avvio giù per la collina, verso il fiume Arno. Quest’oggi sono in vena di far cruscate, come quei simpaticoni che si ritrovarono un giorno intorno ad un tavolo, più di quattro secoli or sono. Camminando, mi lascio alle spalle la Verna, lì dove, ci dice un certo Dante del Santo Francesco, “nel crudo sasso intra Tevero e Arno/da Cristo prese l’ultimo sigillo,/che le sue membra due anni portarno”.

Ma eccomi arrivata alla sponda, pronta a lavarli per bene ‘sti panni. Mentre sono intenta alla faticosa opera, sento una voce attutita dalla corrente, mi giro, ed eccolo lì, poveretto, il Congiuntivo che se ne va alla deriva. Tento di acchiapparlo, ma mi sfugge, e il misero continua la sua corsa nei vortici invocando la rimpianta Consecutio Temporum. Speriamo che da qui a Marina di Pisa qualcuno lo ripigli pe’ i capelli.

Sono stanca e sconvolta, anche se non è tutto il giorno che mi spòso. Al solo pensiero che c’è qualcuno che si spósa tutto il giorno, mi devo riposare un attimo e lo sguardo lo dirigo a nord: là “in quel ramo del lago di Còmo”. Eh sì, cari miei, avete proprio letto bene, Còmo, perché io non sono cómàsca, e nel mio strano italiano mi vien da dire Còmo. Così come dico bòsco, dato che il bósco esiste magari nei vostri sogni, ma non nei miei. Mi metto a ridere a pensare a quanto possa essere infastidito il caro Giacomo a rivoltarsi là nella tomba quando sente qualcuno dire Tósca; meglio poi non pensare alla Tòsca, chissà ma incazzata.

La mia non è una psicósi, tutt’al più una psicòsi, e il perchè non lo so proprio; al massimo posso ragionare sul perché. Mi vien quasi da dare la colpa al cavallo gòloso, che in realtà si sentiva góloso ma non potendo parlare si è visto appiccicare addosso una ridicola etichètta, che non era poi neanche una vera etichétta.

Sarà sémpre così? O da ora al sèmpre qualcosa cambierà? Forse un giòrno capirò, ma credo che ancora dovrò aspettare parecchio per quel giórno.

Via, basta, li ho risciacquati un po’ alla meglio questi panni, e me ne torno a casa a fare merenda con un delizioso yogurt, quello della pubblicità, presente? Solo che io, mia cara Alessia, lo preferisco di gran lunga al gusto di pèsca, perché quello alla pésca mi rimane stranamente indigesto.

Viva l’Italia, viva gli italiani … viva l’italiano!

2 commenti:

ilariabu ha detto...

capolavoro :-)

Caterina ha detto...

@Ilaria: inchino :-)