Primo gruppo Shoes Off Birmania di Vagabondo.
Agosto 2015. Parti con sconosciuti, una compagnia ristretta, sette in tutto provenienti dall'intero stivale, dal confine con la Svizzera alla Sicilia.
Arrivi a Yangon con un caldo sudatissimo che ti rimarrà appiccicato alla maglietta per le intere due settimane di viaggio, e trovi un traffico che a confronto il tamponamento all'ora di punta sul grande raccordo anulare è viabilità scorrevole. Doccia veloce per togliersi di dosso il jet lag (eliminare il sudore sai già che sarà una battaglia persa), e subito a visitare la prima pagoda, la prima di una lunga, lunghissima serie.
Impari subito che al cospetto del Buddha si arriva scalzi, senza scarpe né calzini, non importa se piove e ci sono le pozzanghere, non importa se calpesti cacche di scimmia o gatto, se devi usare un ascensore o le scale mobili, se devi attraversare un mercato o arrampicarti su rovine in mezzo ad una foresta, vai scalzo e pensa positivo, pensa che non prenderai nessuna malattia.
Solo nel primo pomeriggio ti fai fuori gigabyte di foto per immortalare l'oro che ricopre ogni millimetro degli edifici sacri, pungiglioni dorati che riempiono l'orizzonte fino a dove arriva lo sguardo. Tempo qualche giorno e avrai visto così tante foglie d'oro che ti ritroverai a pagare un solo biglietto, invece che sette, per avere il permesso di scattare foto, tanto ogni gruppo ha di sicuro colui che viene eletto fotografo ufficiale. Vedrai così tanti Buddha d'oro che alla fine ti serviranno gli occhiali da sole, e non potrai far altro che ridere di fronte all'ennesima statua talmente poco sobria che stonerebbe addirittura in un salotto rococò.
Non necessariamente in questo ordine impari anche che: i monaci hanno lo smartphone più figo del tuo, le persone hanno nomi assurdi e se si chiamano Gnegne ne vanno anche orgogliose, l'aria condizionata è così potente che se non ti copri per bene rischi di prenderti un febbrone (true story), la pronuncia corretta del saluto mingalabar è mingalabaaaaaaaaaaaaaaaaar con tonalità crescente, i bambini birmani parlano più facilmente italiano che inglese, la somma di tanti souvenir economici risulta in realtà in una spesa consistente e in una valigia strabordante (ma d'altronde le sciarpe ricordo non sono mai abbastanza e un vestito tradizionale che fai, non lo compri?).
Per quanto riguarda il cibo, scopri che la scelta è vastissima: si va dal riso ai noodles, alternati sapientemente a colazione a pranzo a cena. La birra must è la Myanmar, sia a pranzo che a merenda che all'aperitivo che a cena, perché l'alternativa sarebbe la degustazione di vini locali e quella decisamente non è un'opzione raccomandata. In realtà mangi a tratti bene, a tratti molto bene, e la cosa importante è non chiedersi mai cosa stai mangiando, tanto "in corpo c'è buio" e "quel che non ammazza ingrassa", almeno così la penso io e così dicono i proverbi a casa mia. E, fra parentesi, con tutto quello che sudi sfido veramente a ingrassare. Per momenti di disperazione ci sono quasi sempre ristoranti occidentali in agguato, ti accalappi pure un'ottima pizza a Bagan, ma facciamo due va, che ci ritorni volentieri in pizzeria in Birmania, fa molto chilometro zero.
I giorni passano e conosci un popolo sorridente, gentile, che ti saluta dalla strada mentre passi con l'autobus, che ti grida mingalabaaaaaaaaaaaaaar dalla barca sul lago, un popolo che non ha quasi niente ma è più contento di te il giorno che ti danno la tredicesima. Conosci un cielo con riflessi dorati, tramonti che ti illuminano gli occhi di una luce nuova, cominci sul serio a pensare positivo, impercettibilmente la tua vita inizia a muoversi lungo la strada del Buddha.
Quando meno te lo aspetti qualche passante ti ferma per strada e ti chiede di fare una foto insieme, non si sa bene per quale motivo, ma sei preparato a dar sfoggio del tuo profilo migliore. E sorridi, sorridi sempre, anche se sei scocciato o schifato o annoiato o stanco o triste, sorridi fino a quando sorriderai tanto da essere contento.
Ti intestardisci a fare foto alla distesa di pagode a Bagan, ne scatti una dopo l'altra, ad ogni minuto di tramonto che passa, perché speri di riuscire a riportare a casa quell'immagine unica, per la quale ti sei fatto un viaggio fin quasi all'altro capo del mondo. Dopo un po' realizzi che nemmeno un fotografo professionista sarebbe in grado di immortalare quella bellezza, quella pianura di storia e fede, quei templi di pietra che cercano di arrivare il più in alto possibile fino a toccare il Nirvana. E quindi niente, te ne rimani appollaiato su una pietra, sull'ultimo piano di una delle mille e mille pagode, con i piedi penzoloni verso il vuoto, e stai lì a guardare il sole che se ne va tranquillo, mentre le sagome degli stupa cambiano colore sulla linea dell'orizzonte. Tramonto dopo tramonto comprendi che ti porterai a casa molto di più di una foto venuta non troppo bene, ti porterai dietro la serenità e la semplicità di una terra che ti ha liberato il pensiero e che ti ha regalato una filosofia di vita.
Oramai sei quasi a fine viaggio e i tuoi compagni, da sconosciuti che erano, sono già amici dei tempi d'oro. Hai visto un numero spropositato di fabbriche dove producono: i tessuti, il filo di fior di loto, i pugnali, le barche, gli ombrelli di carta, le statue, la grappa, i sigari. Dimentico qualcosa? Ah, già, la fabbrica di foglie d'oro, dove addirittura fanno la crema per il viso con polvere di oro. Non ne puoi veramente più di pagode e statue del Buddha, le foto cominciano a sembrare tutte uguali, ti arrampichi sugli alberi e su sculture di ragni giganti per passare il tempo, giochi a nascondino in una grotta neanche avessi cinque anni, scrivi con pennarello indelebile sul muro della fabbrica di ombrelli di carta "Primo gruppo Vagabondo agosto 2015". Incredibilmente continui ad essere contento, nonostante la partenza si avvicini.
Torni a casa e non mangerai riso e noodles per qualche settimana, riprendi a lavorare e racconti a tutti che sei stato al monte Popa (dove sono andati anche quelli di Pechino Express), vivi di nuovo la tua vita quotidiana e pensi positivo. Ogni volta che dovrai fare il giro di qualcosa lo farai in senso orario, perché in Birmania ti hanno detto che porta bene, e se anche non fosse vero non importa, pensi positivo e vai in senso orario, inarrestabile, con il volto sorridente, il cuore allegro, la mente serena.
martedì 27 ottobre 2015
mercoledì 15 luglio 2015
Oversharing
Qualche mese fa ho conosciuto Roberto, un piccolo imprenditore che, alla soglia della pensione, ha deciso di comprarsi un casolare sperduto nel nulla per coltivare ulivi e far pascolare qualche pecora. Niente internet, niente televisore, solo un vecchio giradischi e una voluminosa collezione di vinili a riempire i suoi momenti liberi. Mi ha spiegato come fosse terrorizzato da questi tempi moderni, dal fatto che niente è più privato, personale, intimo. Voleva che gli spiegassi che cosa passa per la testa dei ragazzi e delle ragazze della mia generazione che se ne vanno a raccontare al mondo intero quello che hanno mangiato per cena (con foto allegata), e soprattutto come mai agli altri possa interessare saperlo. Mi ha chiesto quando è stato che la gente ha smesso di lottare per la propria indipendenza e libertà.
L’oversharing, questa nuova corrente culturale che è cresciuta intorno a me e con la quale sono cresciuta, credo non differisca poi molto dalle correnti del passato, ha semplicemente la fortuna e la disgrazia di essere plasmata da una fetta di popolazione più vasta rispetto a quella dell’Illuminismo o del Romanticismo. Creiamo e condividiamo volontariamente la nostra identità, la lanciamo nell’etere con un click e la lasciamo lì in bella vista così che tutti la possano ammirare. Per sempre. Perché come ha detto qualcuno in rete, on the internet nothing never dies. L’oversharing è il nostro elisir di lunga vita, la nostra pietra filosofale, il nostro Grande Inquisitore. Siamo noi stessi che annulliamo la vita privata e ne siamo anche soddisfatti; inventatemi un altro social e mi iscrivo pure a quello. Rimaniamo basiti dallo scoprire che qualcuno non è su Facebook; vabbè avrai Twitter allora, no? wahtssapp? come sarebbe a dire che non hai un indirizzo e-mail? quindi praticamente non esisti, contento te. Invece con l’oversharing anche se uno muore la digital afterlife rimane, tutti lasciano il proprio segno nel mondo, tutti lo possono migliorare il mondo (basta solo usare il filtro giusto). Ci sta che sorgano nuovi interrogativi: potrò passare in eredità ai miei figli gli acquisti sull’AppleStore? verrà qualcuno a lasciare un messaggio o una gif ricordo nel cimitero virtuale? fra qualche secolo citeranno il mio blog in qualche articolo di antropologia? Situazioni che fino anche solo un’ora fa erano alquanto orwelliane, te le ritrovi in mano con il gadget appena uscito, nell’ultima app, nel nuovo meme. Non c’è più distinzione tra realtà e cyberspazio, il cyberspazio è reale, quasi tutta la nostra vita ne fa parte, e nel cyberspazio gironzoliamo ubriachi dalle informazioni di tutti, anche le nostre. L’account di Facebook è come un passaporto, ti permette di viaggiare ovunque, lo colleghi a Twitter e Instagram e se usi una nuova applicazione o un nuovo programma ti compare l’opzione “Accedi con Facebook”, così eviti anche quei dieci secondi in più per creare l’ennesimo profilo. Non importa sapere che c’è qualcuno che conserva ogni tua parola, ogni tua foto, ogni tuo messaggio, ci fa piacere che quel qualcuno conservi le nostre identità, pur manipolandole per i suoi interessi; ci basta solo che ci sia lasciata l’illusione della libertà di pensare, di creare e di condividere quello che si vuole. Usa i miei cookie, spammami, rubami il cvv della carta di credito, riempimi di elettrodi e sviluppa la nuova frontiera del neuromarketing, basta che mi metti un like, così cresco nei trend e magari è la pubblicità stessa che mi paga per lasciarle qualche pixel sulla pagina del mio profilo.
Detto così sembra che non ne esca niente di buono da questo oversharing, ma come in tutte le cose ci sono due facce della medaglia. E quindi se condivido l’infinitesima foto del gatto che si distende sui libri e non mi fa studiare, posso anche condividere quello che studio. Certo, è più comodo avere un libro fisico, me lo sfoglio e me lo sottolineo, profuma di quel profumo che hanno i libri nuovi, e poi fa bella figura nella libreria, però guarda se ti vuoi approfondire un paio di argomenti ti passo il pdf del tomo di medicina interna, non stare a comprarlo, viene 200€. L’altro giorno il treno si è fermato, come al solito, e ha fatto un’ora e mezzo di ritardo; per fortuna avevo il tablet, ho scaricato questo ebook, un bel romanzo, te lo consiglio, se vuoi te lo metto su Dropbox. Ciao io esco, tanto il capitolo di biologia che devo studiare lo hanno aggiunto su un podcast di Oxford, me lo ascolto in palestra. Ma te l’hai capito cosa ha spiegato la prof di matematica? mah insomma, però ti giro questo link, è un tizio che studia all’MTI che ha fatto un canale YouTube con le ripetizioni di matematica, ci sta che se hai domande ti risponde anche in chat. Non c’è niente di nuovo in tv, soliti programmi, solite parole, solita Italia; se vuoi ascoltare qualche idea originale meglio se ti carichi in streaming una conferenza TED, sono gratis, risparmi anche sul canone.
Ci lamentiamo di questa tecnologia che ha preso il sopravvento nelle nostre vite, ma allo stesso tempo non ne possiamo fare più a meno. C’è chi cento anni fa considerava l’elettricità una diavoleria e chi oggi considera internet la rovina dell’umanità: non c’è più privacy, siamo controllati 24h su 24, siamo in una gabbia cibernetica. Ma rivogliamo veramente la nostra libertà? Quella “libertà che gli uomini, nella semplicità e nella innata intemperanza loro, non possono neppur concepire, che essi temono e fuggono, giacché nulla mai è stato per l’uomo e per la società umana più intollerabile della libertà” (I fratelli Karamazov). O forse vogliamo solo l’illusione di una scelta del genere, così da poter dare ragione a Dan Ariely e dimostrare che non siamo così razionali come crediamo quando prendiamo le nostre decisioni.
Roberto si è arreso, dice che è vecchio ormai e non ha voglia di combattere contro la tecnologia spia. Mi ha confessato che a volte, mentre lavora nell’oliveto, alza la testa, fa una linguaccia e mostra il dito medio al cielo. Dice che se esiste un Dio, di certo lo sa che non ce l’ha con Lui, l’insulto è per quel satellite che scatta fotografie alla sua vita senza averne il permesso.
lunedì 13 ottobre 2014
Il congressista
Il congressista ha la camicia sgualcita. È contento perché, rispetto alle altre persone nella stanza, lui è probabilmente il meno secchione e quindi è quasi figo, un trascinatore di folle. Ne sa a pacchi, ha letto l'ultimo articolo, ha visto l'altro giorno un caso interessantissimo, la sua ricerca sta dando ottimi risultati. Tiene alto il nome del dipartimento e con orgoglio indica allo stupefatto interlocutore l'eminente Professore.
L'eminente Professore dal canto suo intravede lo sguardo del congressista, si svincola frettolosamente dall'ennesima stretta di mano e si dirige verso il suo sottoposto, pronto a riparare ai danni. Poi però riconosce lo stupefatto interlocutore: lo odia dai tempi dell'università, è trent'anni che se lo ritrova sempre in mezzo ai piedi; allora cambia rotta e si dirige verso il tavolo dei pasticcini.
Il congressista mangia sempre un bel piatto di insalata e verdure. Perché fanno bene. E fanno fare bella figura. Così poi può riempirsi il piatto al buffet tre o quattro volte, senza imbarazzo né sensi di colpa.
Il congressista fa sfoggio del suo vocabolario, argomenta con lessico ricercato, il tono di voce più basso di un'ottava, giusto a significare l'importanza di quello che sta dicendo. Conclude con una battuta, per smorzare i toni, per non essere pretenzioso. A nessuno piacciono i chiacchieroni pieni di sé.
Il congressista la sera esce a far baldoria e si tuffa nel cuore della città: la voce questa volta è più squillante, per sovrastare tutti gli altri, ride a crepapelle, spettegola e spettegola e spettegola su quel collega e quell'altro. Beve un bicchiere di vino anche due per giustificare la lingua lunga, ma non arriva a tre perché sa che sennò domattina col cavolo che si alza per andare a sentire il tal luminare che parla alle 8.30.
Il congressista è fondamentalmente interessato a quello che viene detto al congresso; è un po' come guardare il telegiornale per aggiornarsi sui fatti. Accumula numeri di telefono e indirizzi email così la prossima volta che non ha la più pallida idea di cosa fare può chiamare per un consulto professionale.
Anche stamani il congressista è contento. Sa che avrebbe potuto saltare quel secondo bicchiere di vino per non avere questo terribile cerchio alla testa e queste occhiaie, ma è contento perché oggi passando nel corridoio la gente lo salutava calorosamente, quasi da high five, un musical, un sogno. E in più il caffè è gratis, ne prende uno triplo. Anche stamani però il congressista ha la camicia sgualcita.
martedì 9 settembre 2014
Quando il dottore non è paziente
Tempo fa ho letto un articolo in cui venivano elencate le cose che dicono i pazienti e che fanno imbestialire il dottore.
Ho concordato su ogni singolo punto.
Il dottore dovrebbe essere sempre disponibile, ci mancherebbe. Però ogni tanto alcune cose sono proprio insopportabili. Ci rendete antipatici in questi momenti. Lo diventiamo proprio. E mi dà fastidio essere antipatica.
Ecco una breve guida su cosa NON dire se vuoi avere un dottore più simpatico.
1) "Ho bisogno degli antibiotici". Non è che se uno ha 37 e mezzo di febbre e ha fatto oggi tre colpi di tosse ieri quattro, ha bisogno degli antibiotici. Soprattutto cominciare l'antibiotico fra 3 ore o 5 o anche 12 non rende più probabile che il mal di gola si trasformi in decesso.
2) "Ma guardi che io mangio poco". E poi: aperitivo, antipasto, primo, secondo, contorno, dolce, frutta, caffè, ammazzacaffè. "Però mangio tanta verdura". E la pasta a pranzo e a cena, e il cornetto al bar, e il panino col salame a merenda.
3) "Ho letto su internet". Ah e quindi io ci ho messo all'incirca 20.000 ore (sul serio) di studio per prendere una laurea in medicina e lei dopo 45 minuti su internet mi viene ad informare sulla materia. Lo so che magari sono un po' cattiva ma 'sta cosa proprio non si può sentire, è come un insulto personale.
4) "Sarei più sicura a non vaccinare mio figlio". MA LEI STA SCHERZANDO SPERO?!?!?!?!?!?!?!?!?!? E qui al dottore parte un embolo, infarto, ictus, paraplegia, coma, arresto cardiaco. "Ma ho letto su internet che..". Il dottore è morto.
5) "Ma non c'è un qualche rimedio, una pasticca, qualcosa?" Fra due tre giorni passa da sé, non c'è bisogno di prendere farmaci. "Due giorni?!?!? Ma io sto male". Capita. C'è gente sfortunatamente che sta molto ma molto ma molto peggio di lei, se ne faccia una ragione, aspetti coraggiosamente e vedrà che fra due tre giorni il raffreddore le è passato. "È sicuro che non ho bisogno degli antibiotici?".
domenica 31 agosto 2014
“Tutto, ma non un’ernia strozzata”
Come scrisse Bulgakov nel suo “I racconti di un giovane medico”. Consiglio questo libro a tutti coloro che come me cominciano la pratica di quello strano miscuglio di arte e scienza che è la medicina. Nel momento in cui vi troverete per la prima volta di fronte al paziente che vi descrive appassionato il proprio dolore; quando sarete solo voi, nessun professore che vi protegge, nessun specializzando che vi guida, nessun collega amico che vi consiglia; quando la vostra testa diventerà improvvisamente vuota, buia, ovattata, con soltanto un barlume di pensiero che riecheggia “E ora che cazzo faccio?!?! Bisognerebbe chiamare un dottore… … … … … Oh merda, sono io il dottore”: tranquillizzatevi, è a quanto pare come dovrebbero andare le cose con il tuo primo paziente. Lo scriveva già il giovane Dr. Bulgakov quasi cento anni fa: “E se mi portano un’ernia? Spiegatemi come mi ci abituerò. E soprattutto, come si sentirà il malato in mano mia? Si abituerà all’altro mondo, lui (e qui mi passò un brivido lungo la schiena)… E una peritonite? Ah! E i ragazzini con la difterite? In quali casi si consiglia la tracheotomia? Ma anche senza tracheotomia non starò certo troppo bene… E… e… un parto! Eh? Ho dimenticato il parto! Le posizioni anormali. Cosa farò? Eh? Come sono stato sconsiderato!”.
Ho imparato molto in questi primi due mesi di mestiere. Soprattutto ho realizzato che per sei anni, tutti i giorni, otto ore al giorno, ho studiato la medicina: so veramente un sacco di cose. Dovete solo concedermi due-tre minuti per far passare l’eco di panico nella mia testa... si sta già affievolendo, presto se ne andrà e sarò subito da voi, tranquilla, professionale, sorridente, rassicurante, sicura.
Aspettate... datemi un altro minutino, via.
mercoledì 2 luglio 2014
Senza una particolare ragione
Ad esattamente due anni dall'ultimo
post mi trovo ad aggiornare lo scheletro di questo blog.
Senza una particolare ragione.
Mi facevo i fatti degli altri su
Facebook e mi sono ritrovata a scorrere sempre più in basso la mia
bacheca.
Senza una particolare ragione.
Più andavo in basso più diminuiva il
numero degli anni: 2013, '12, '11, 10, '09, fino al 2008.
Tornando indietro sulla bacheca della
mia vita ho visto con chiarezza cosa è cambiato nel corso del tempo
e cosa invece è sempre uguale, e forse sempre lo rimarrà. Ho visto
con chiarezza i piccoli cambiamenti quotidiani che mi hanno portato
ad essere qui oggi e che continueranno inesorabili e impercettibili a
portarmi da qualche altra parte domani.
Ho riaperto questo blog senza una particolare ragione. Quasi non mi ricordavo nemmeno l'indirizzo, che
imbarazzo. Ma l'ho aperto e sono sollevata. Sollevata perché sto
scrivendo come non facevo da tempo e mi vengono in mente tante cose
che avrei potuto scrivere in questi due anni. Adesso il ricordo di
quei pensieri è sfumato, ma sono sollevata perché questo pensiero
non me lo sono lasciato sfuggire e forse (ci tengo a sottolineare il
forse) la prossima volta che avrò un pensiero del genere cliccherò
su “nuovo post”.
lunedì 2 luglio 2012
Welcome home
Il sushi ipereconomico ad ogni angolo: mi mancherà.
Le ore interminabili passate sui mezzi pubblici: non mi mancheranno.
Quei pazzi scatenati del mio piano: mi mancheranno.
Trovare sempre posto a sedere in autobus: mi mancherà.
Il brunch della domenica: mi mancherà.
Il puzzo della minuscola cucina: non mi mancherà.
La mia cameretta: mi mancherà.
Essere circondata da cinesi: non mi mancherà.
La grande metropoli: mi mancherà.
Cenare alle 18.30: non mi mancherà.
Gli accenti inglesi più assurdi: non mi mancheranno.
Coles: mi mancherà.
Il campus universitario: mi mancherà.
L'inglese medico: non mi mancherà.
Vivere nel domani: mi mancherà.
Le birre australiane: mi mancheranno.
La consapevolezza di essere dall'altra parte del mondo: mi mancherà. A volte.
Le ore interminabili passate sui mezzi pubblici: non mi mancheranno.
Quei pazzi scatenati del mio piano: mi mancheranno.
Trovare sempre posto a sedere in autobus: mi mancherà.
Il brunch della domenica: mi mancherà.
Il puzzo della minuscola cucina: non mi mancherà.
La mia cameretta: mi mancherà.
Essere circondata da cinesi: non mi mancherà.
La grande metropoli: mi mancherà.
Cenare alle 18.30: non mi mancherà.
Gli accenti inglesi più assurdi: non mi mancheranno.
Coles: mi mancherà.
Il campus universitario: mi mancherà.
L'inglese medico: non mi mancherà.
Vivere nel domani: mi mancherà.
Le birre australiane: mi mancheranno.
La consapevolezza di essere dall'altra parte del mondo: mi mancherà. A volte.
sabato 12 maggio 2012
Festa del Ricamo 2012
Howdy cara Casa Cenina!
Quest’anno per la prima volta non sarò presente alla Festa del Ricamo. E chi ve lo porta il caffe???
Parteciperò con il pensiero ovviamente, non c’è neanche bisogno di dirlo. Comincerò a festeggiare ore in anticipo perché da queste parti in Australia a volte è già domani. Mentre mostrerete il magazzino ai ricamini e alle ricamine continuerò a distribuire biglietti da visita agli australiani, e in onore della Festa indosserò la maglietta di Casa Cenina (con il cappotto sopra perchè qua l’inverno incombe). Trattatemelo bene il magazzino, mi raccomando, che con la distanza e la nostalgia ogni tanto vengo presa da una sorta di gelosia verghiana per le cose che possediamo e che ci hanno permesso di arrivare così lontano. Anche geograficamente parlando.
Ci sono Cenini neo arrivati che non ho avuto modo di conoscere particolarmente bene. Sappiate che nonostante sia dall’altra parte del mondo vi tengo d’occhio e so tutto. Giusto per non mettervi pressione insomma: mantenete alto il nome della Casata!
Come sia stato possibile diventare quello che siamo oggi ancora non mi è ben chiaro. Da una collina toscana alla televisione olandese sembra che il passo sia stato breve. So solo che l’impegno non è mai venuto meno, i sogni e le idee nascono e vengono messi in atto per voi. E per noi: far sorridere un paziente in un letto d’ospedale o far sorridere una crocettina davanti a un taglio di stoffa ha per me lo stesso valore. Anni di studio e di lavoro vengono ripagati, in qualunque continente mi trovi, perché così mi è stato insegnato e così continuano a insegnarmi i fatti. Sono figlia unica ma i miei genitori hanno creato un’enorme Famiglia, che saluto con orgoglio.
Se guardo fuori dalla mia finestra in questo momento vedo i grattacieli di Melbourne in lontananza, e so che a Casa Cenina sarà un’ottima Festa del Ricamo.
Da una della patrie del patchwork, un abbraccio koaloso,
Caterina
Quest’anno per la prima volta non sarò presente alla Festa del Ricamo. E chi ve lo porta il caffe???
Parteciperò con il pensiero ovviamente, non c’è neanche bisogno di dirlo. Comincerò a festeggiare ore in anticipo perché da queste parti in Australia a volte è già domani. Mentre mostrerete il magazzino ai ricamini e alle ricamine continuerò a distribuire biglietti da visita agli australiani, e in onore della Festa indosserò la maglietta di Casa Cenina (con il cappotto sopra perchè qua l’inverno incombe). Trattatemelo bene il magazzino, mi raccomando, che con la distanza e la nostalgia ogni tanto vengo presa da una sorta di gelosia verghiana per le cose che possediamo e che ci hanno permesso di arrivare così lontano. Anche geograficamente parlando.
Ci sono Cenini neo arrivati che non ho avuto modo di conoscere particolarmente bene. Sappiate che nonostante sia dall’altra parte del mondo vi tengo d’occhio e so tutto. Giusto per non mettervi pressione insomma: mantenete alto il nome della Casata!
Come sia stato possibile diventare quello che siamo oggi ancora non mi è ben chiaro. Da una collina toscana alla televisione olandese sembra che il passo sia stato breve. So solo che l’impegno non è mai venuto meno, i sogni e le idee nascono e vengono messi in atto per voi. E per noi: far sorridere un paziente in un letto d’ospedale o far sorridere una crocettina davanti a un taglio di stoffa ha per me lo stesso valore. Anni di studio e di lavoro vengono ripagati, in qualunque continente mi trovi, perché così mi è stato insegnato e così continuano a insegnarmi i fatti. Sono figlia unica ma i miei genitori hanno creato un’enorme Famiglia, che saluto con orgoglio.
Se guardo fuori dalla mia finestra in questo momento vedo i grattacieli di Melbourne in lontananza, e so che a Casa Cenina sarà un’ottima Festa del Ricamo.
Da una della patrie del patchwork, un abbraccio koaloso,
Caterina
venerdì 11 maggio 2012
I malanni
Siamo in pieno autunno qua a Melbourne, ormai manca poco all'inverno. Fuori ci sono 12 gradi, diluvia e il vento viene da sud, direttamente dal polo. A pochi chilometri dalla città ci sono i pinguini (sul serio). Però per strada vedi girare gente in canottiera, pantaloncini corti e infradito, senza il minimo accenno di pelle d'oca.........incredibile.......non so nemmeno che dire.
Ma una nonna non ce l'hanno gli australiani?? "Copriti che prendi freddo".
Ma una nonna non ce l'hanno gli australiani?? "Copriti che prendi freddo".
giovedì 26 aprile 2012
L'integrazione
Dovrebbe essere un ulteriore passo in avanti per un Paese, la capacità e la fortuna di accogliere persone di cultura diversa senza nemmeno porsi il problema che potrebbero esserci difficoltà. Perchè in teoria non ci dovrebbero essere.
In Australia mi trovo in pronto soccorso con dottori e pazienti che provengono da tutto il mondo: Cina, Malesia, Colombia, Iran, Italia, Gran Bretagna, India, e la lista può proseguire ancora per un po' volendo. Passiamo giorni interi insieme, visitiamo pazienti, discutiamo la terapia, parliamo, scherziamo e ci rendiamo conto che siamo sul serio tutti uguali, in fondo: gli stessi esseri umani che vengono da luoghi diversi.
Ma allora perché qua sembra che l'integrazione sia all'avanguardia rispetto all'Italia? Siamo poi così ristretti di mentalità, noi? Bigotti e ignoranti da non accettare l'altro?
Forse è un po' l'opposto. Non può esistere l'integrazione in Australia perché non c'è nessuna cultura in cui integrarsi. E' un Paese fatto dall'insieme di tanti Popoli che si uniscono senza però mescolarsi, come olio e acqua, un puzzle senza contorni che può continuare ad espandersi senza limiti su un apatico bianco tavolo che non ha radici nè storia. Quando sei in territorio neutro tutti vanno d'accordo.
Non so sinceramente cosa preferire, se le nostre difficoltà o la loro totale assenza.
In Australia mi trovo in pronto soccorso con dottori e pazienti che provengono da tutto il mondo: Cina, Malesia, Colombia, Iran, Italia, Gran Bretagna, India, e la lista può proseguire ancora per un po' volendo. Passiamo giorni interi insieme, visitiamo pazienti, discutiamo la terapia, parliamo, scherziamo e ci rendiamo conto che siamo sul serio tutti uguali, in fondo: gli stessi esseri umani che vengono da luoghi diversi.
Ma allora perché qua sembra che l'integrazione sia all'avanguardia rispetto all'Italia? Siamo poi così ristretti di mentalità, noi? Bigotti e ignoranti da non accettare l'altro?
Forse è un po' l'opposto. Non può esistere l'integrazione in Australia perché non c'è nessuna cultura in cui integrarsi. E' un Paese fatto dall'insieme di tanti Popoli che si uniscono senza però mescolarsi, come olio e acqua, un puzzle senza contorni che può continuare ad espandersi senza limiti su un apatico bianco tavolo che non ha radici nè storia. Quando sei in territorio neutro tutti vanno d'accordo.
Non so sinceramente cosa preferire, se le nostre difficoltà o la loro totale assenza.
mercoledì 11 aprile 2012
La Pasqua del 2012
La Pasqua del 2012 l'ho passata a Sydney, dall'altra parte del mondo rispetto a casa mia, a migliaia di miglia di distanza dalla mia famiglia. L'ho festeggiata ore in anticipo rispetto a loro, a testa in giù, invertendo le stagioni e le tradizioni: agnello il venerdì, pesce la domenica.
Non per questo mi sono fatta mancare il posto a capotavola durante il pranzo di famiglia: tutti che parlano contemporaneamente, vassoi che passano da una parte all'altra, frasi ovvie, risate, il suono delle posate sui piatti, altre risate, voci conosciute da sempre.
E' stato forse il più bel brindisi della mia vita, e anche se le facce sullo schermo del computer erano un po' sgranate non ha importato, sono scolpite dentro di me nei minimi dettagli.
Non per questo mi sono fatta mancare il posto a capotavola durante il pranzo di famiglia: tutti che parlano contemporaneamente, vassoi che passano da una parte all'altra, frasi ovvie, risate, il suono delle posate sui piatti, altre risate, voci conosciute da sempre.
E' stato forse il più bel brindisi della mia vita, e anche se le facce sullo schermo del computer erano un po' sgranate non ha importato, sono scolpite dentro di me nei minimi dettagli.
venerdì 30 marzo 2012
Scalzi
Dopo più di un mese che giro per le strade australiane ancora non riesco a capitarmi di come sia possibile andare in giro scalzi. Niente calzini, ma soprattutto niente scarpe. Asfalto, macchina, ascensore, scale, giardino, è uguale.
Scalzi.. mah!
Davanti alla porta della residenza universitaria ci sono dei tavolini, e l'altra sera qualcuno aveva lasciato un paio di ballerine. Già solo il fatto che uno se ne possa tornare a casa dimenticandosi delle scarpe mi sconvolge alquanto, ma quello che veramente mi ha lasciato quasi scioccata è che dopo due giorni le scarpe erano ancora lì. Nessuno era andato a riprendersele.
p.s. Quelli del bar dell'ospedale hanno imparato a fare il caffè italiano ;-)
Scalzi.. mah!
Davanti alla porta della residenza universitaria ci sono dei tavolini, e l'altra sera qualcuno aveva lasciato un paio di ballerine. Già solo il fatto che uno se ne possa tornare a casa dimenticandosi delle scarpe mi sconvolge alquanto, ma quello che veramente mi ha lasciato quasi scioccata è che dopo due giorni le scarpe erano ancora lì. Nessuno era andato a riprendersele.
p.s. Quelli del bar dell'ospedale hanno imparato a fare il caffè italiano ;-)
martedì 20 marzo 2012
Ho la prova!
Fin da quando ero piccola la gente si ricorda di me anche solo se mi vede una volta per trenta secondi.
Fa piacere eh, intendiamoci. Però a volte mi sono trovata un po' in difficoltà. Cammino per strada e mi salutano. Completi sconosciuti mi salutano addirittura per nome e io non ho la più pallida idea di chi siano. Perchè loro si ricordano di me ma non viceversa.
Da ormai qualche anno mi sono convinta che rimango impressa nella mente delle persone perchè ho dei capelli assurdi. Riccioli che vanno completamente a caso e che ricoprono la mia testa in modo disordinato creando un cesto degno di un pittore impressionista.
Ma oggi ho avuto definitivamente la prova! Eravamo in reparto a fare il giro visita dei pazienti. Arriviamo davanti alla paziente, una signora anziana con demenza senile. Il dottore le chiede "Ci riconosce signora? Si ricorda di noi?". Questa guarda tutto il team medico impaurita, e scuotendo la testa "No, io non vi conosco". Poi mi guarda e fa "Ah, sì, riconosco quella ragazza lì, quella coi capelli ricci".
O_o
Fa piacere eh, intendiamoci. Però a volte mi sono trovata un po' in difficoltà. Cammino per strada e mi salutano. Completi sconosciuti mi salutano addirittura per nome e io non ho la più pallida idea di chi siano. Perchè loro si ricordano di me ma non viceversa.
Da ormai qualche anno mi sono convinta che rimango impressa nella mente delle persone perchè ho dei capelli assurdi. Riccioli che vanno completamente a caso e che ricoprono la mia testa in modo disordinato creando un cesto degno di un pittore impressionista.
Ma oggi ho avuto definitivamente la prova! Eravamo in reparto a fare il giro visita dei pazienti. Arriviamo davanti alla paziente, una signora anziana con demenza senile. Il dottore le chiede "Ci riconosce signora? Si ricorda di noi?". Questa guarda tutto il team medico impaurita, e scuotendo la testa "No, io non vi conosco". Poi mi guarda e fa "Ah, sì, riconosco quella ragazza lì, quella coi capelli ricci".
O_o
domenica 11 marzo 2012
I fatti del week end
- Ho finalmente visto i vari assurdi animali australiani e mi sono divertita un sacco
- Trovata gastronomia a Little Italy, comprati mortadella, San Daniele, salamino e gorgonzola: felicità vera
- Accompagnato le coinquiline asiatiche al supermercato cinese: PAURA PURA. Milioni di persone mangeranno quelle cose ma secondo me hanno bisogno di una qualche lezione di marketing che io, così a occhio eh, non avrei comprato proprio niente di niente. Seguendo i saggi consigli orientali abbiamo messo nel carrello noodles (scelti fra più o meno una settantina di diverse marche non so bene con quale criterio), salsa di soia, noccioline, bacchette, ravioli..
- Abbiamo pensato di italianizzare un po' le varie cose comprate al supermercato cinese; pensavamo di fare i Noodles & Nudols. Ma se poi ci vengono meglio di quelli che fanno i cinesi?? Dubbi esistenziali
- Tutte le sere imparo qualche parola di mandarino e insegniamo qualche parola di italiano
- Classica immagine dell'italiano emigrato: ristorante di Little Italy, uomo a sedere al tavolino fuori, tovaglia a quadretti rossa e bianca, anello al mignolo, tovagliolo al collo tipo bavaglio, forchette impugnate mentre gira spaghetti ai frutti di mare
- Abbiamo noleggiato la macchina e ho guidato in senso opposto! Nessun problema. Ogni tanto però affiora il panico: OH CAZZO SONO DALLA PARTE SBAGLIATA!!!
- Fatta degustazione di vini: buoni
- (Ma sono meglio i nostri)
- Vi presento il mio nuovo idolo:
lunedì 5 marzo 2012
Esportiamo italianate!
Mi hanno dato un meraviglioso badge in ospedale, così adesso posso aprire tutte le porte dell'edificio. Mi sento decisamente molto importante eheh. Che soddisfazioni!
Ma non sto qui ad annoiarvi con cose medicose! Oggi me ne vado al bar dell'ospedale per pranzo, ringraziando il cielo per la presenza di numerose insegne e addirittura ombrelloni blu con scritto a caratteri cubitali Lavazza. Ordino il paninozzo, prendo un succo di frutta, e pago anche l'espresso "per dopo" (specifico alla cassiera). Mi siedo e in due minuti mi arriva al tavolo la tazzina (stracolma fino all'orlo, va da sè), ancor prima del panino. La signora della cassa mi vede che sono super iper delusa quando dico alla cameriera "ah, ora??", così si avvicina al tavolo e mi fa:
Cassiera: "Non va bene il caffè? Quello è un single shot, troppo corto?"
Caterina (col sorrisone da esperta): "Signora ma che scherza veramente?!? Guardi, sono italiana e le dico che questo "espresso" è troooooppo lungo"
Cassiera (parecchio vispa): "Allora la prossima volta ti faccio half shot, che dici?"
Quando sono uscita l'ho guardata indicandola col dito e ridendo le ho quasi gridato dall'altra parte del locale "Mi raccomando eh! Domani half shot!". Per un nanosecondo è rimasta sconvolta, ma poi si è arresa allo spirito latino e si è fatta una rumorosissima risata.
Ci siamo capite al volo! Adoro fare questi incontri casuali, spontanei; diventeranno ricordi che riporteranno a galla un sorriso negli anni a venire.
Domani vediamo come me lo fa 'sto caffè!
Ma non sto qui ad annoiarvi con cose medicose! Oggi me ne vado al bar dell'ospedale per pranzo, ringraziando il cielo per la presenza di numerose insegne e addirittura ombrelloni blu con scritto a caratteri cubitali Lavazza. Ordino il paninozzo, prendo un succo di frutta, e pago anche l'espresso "per dopo" (specifico alla cassiera). Mi siedo e in due minuti mi arriva al tavolo la tazzina (stracolma fino all'orlo, va da sè), ancor prima del panino. La signora della cassa mi vede che sono super iper delusa quando dico alla cameriera "ah, ora??", così si avvicina al tavolo e mi fa:
Cassiera: "Non va bene il caffè? Quello è un single shot, troppo corto?"
Caterina (col sorrisone da esperta): "Signora ma che scherza veramente?!? Guardi, sono italiana e le dico che questo "espresso" è troooooppo lungo"
Cassiera (parecchio vispa): "Allora la prossima volta ti faccio half shot, che dici?"
Quando sono uscita l'ho guardata indicandola col dito e ridendo le ho quasi gridato dall'altra parte del locale "Mi raccomando eh! Domani half shot!". Per un nanosecondo è rimasta sconvolta, ma poi si è arresa allo spirito latino e si è fatta una rumorosissima risata.
Ci siamo capite al volo! Adoro fare questi incontri casuali, spontanei; diventeranno ricordi che riporteranno a galla un sorriso negli anni a venire.
Domani vediamo come me lo fa 'sto caffè!
venerdì 2 marzo 2012
Vi chiamo quando arrivo...fra un paio di giorni
Arrivata dopo un lunghissimo issimissimo viaggio credevo di morire dal jet lag e invece.. quasi non l'ho sentito. A momenti ci rimango male eheh. Ho apprezzato moltissimo l'ultimo pranzo in terra italiana con mortadella tartufata: un arrivederci coi fiocchi.
Strano e bel Paese l'Australia, da scoprire: gente che va in giro scalza, sole che ustiona anche solo dopo dieci minuti, precisione e rigore britannico, rilassamento californiano. Un bel mix insomma, di tutto un po'.
Commossa (mi volevo mettere a piangere, giuro) dai meravigliosi campus universitari, sono pronta, anche se nervosa, per cominciare i miei quattro mesi di tirocinio in ospedale.
Sicuramente riderò un sacco. Anche solo andare in un bagno pubblico è uno spasso!
Ah, se il prossimo week end non sapete che fare, andate all'aeroporto di Dubai, comprate un po' di roba (dai cellulari in oro e diamanti agli scatoloni di twix), mangiate nei ristoranti in mezzo alla foresta pluviale che circonda i gate dove hanno iPad al posto del menù, e poi tornate a casa. Vale il viaggio.
E volate Emirates, così vi beccate pure le posate di metallo in economica che tanto mica hanno bisogno di queste regole...loro.
Strano e bel Paese l'Australia, da scoprire: gente che va in giro scalza, sole che ustiona anche solo dopo dieci minuti, precisione e rigore britannico, rilassamento californiano. Un bel mix insomma, di tutto un po'.
Commossa (mi volevo mettere a piangere, giuro) dai meravigliosi campus universitari, sono pronta, anche se nervosa, per cominciare i miei quattro mesi di tirocinio in ospedale.
Sicuramente riderò un sacco. Anche solo andare in un bagno pubblico è uno spasso!
Ah, se il prossimo week end non sapete che fare, andate all'aeroporto di Dubai, comprate un po' di roba (dai cellulari in oro e diamanti agli scatoloni di twix), mangiate nei ristoranti in mezzo alla foresta pluviale che circonda i gate dove hanno iPad al posto del menù, e poi tornate a casa. Vale il viaggio.
E volate Emirates, così vi beccate pure le posate di metallo in economica che tanto mica hanno bisogno di queste regole...loro.
mercoledì 1 febbraio 2012
Via alla gara!
Giusto giusto qualche centimetro di neve in quel di Firenze. Niente in confronto alla barricata bianca di fronte alla porta di CasaCenina insomma. Ma facciamo lo stesso i complimenti a Matteino Renzi che si è preparato per scongiurare un blocco totale come l'inverno scorso; mi è piaciuto soprattutto il suo tweet informativo su quanti chili di sale aveva diligentemente comprato e con il numero degli spargisale pronti alla partenza. Faceva molto: guarda come sono bravo io gne gne gne.
Ho notato che anche solo un fiocco fa tirare fuori dagli armadi capi di abbigliamento che ti metti almeno almeno..due giorni l'anno. Se va bene. Sembra ci sia la gara in giro a chi sfoggia il maglione più caldo, grande, comodo, imponente e vistoso.
Tiè, le mie trine sono più annodate delle tue; scommetto che la mia pecora è/era (non si sa mai fosse morta di freddo) più simpatica della tua; capra per favore, non pecora, vesto cashmere; certo che ho pure camicia di flanella, dolcevita e maglietta della salute sotto il mio splendido maglione da 5 chili, perché tu no??
Ho notato che anche solo un fiocco fa tirare fuori dagli armadi capi di abbigliamento che ti metti almeno almeno..due giorni l'anno. Se va bene. Sembra ci sia la gara in giro a chi sfoggia il maglione più caldo, grande, comodo, imponente e vistoso.
Tiè, le mie trine sono più annodate delle tue; scommetto che la mia pecora è/era (non si sa mai fosse morta di freddo) più simpatica della tua; capra per favore, non pecora, vesto cashmere; certo che ho pure camicia di flanella, dolcevita e maglietta della salute sotto il mio splendido maglione da 5 chili, perché tu no??
lunedì 23 gennaio 2012
Ma che gente c'è??
Sono iperstressata per il gigantesco ed immenso esame che si avvicina inesorabile, quindi magari non sono proprio nella mia migliore fase di obiettività per giudicare le persone che mi stanno intorno. Basta che qualcuno sospiri e il mio livello di sopportazione per il prossimo scende vertiginosamente a "modalità rissa". Ripeto, non siete voi, sono io.. ma.. che gente c'è in giro?? Mi metto a studiare stamani in biblioteca ed ecco la fauna del mio tavolo:
- alla mia destra, ragazza normale (e meno male!)
- alla mia sinistra, ragazza che legge l'Enrico IV e ogni 10 minuti se ne esce con "Ehhhhhhhhhh". Che poi non s'è mai visto nessuno nella biblioteca biomedica a leggere Pirandello
- davanti a me ragazzo che dondola la testa ritmicamente mentre legge, evidentemente vuole mantenere una certa velocità di studio; non sarebbe fastidioso di per sè, ma all'estremità del campo visivo dopo un'ora ti gira la testa e ti girano anche le palle
- davanti all'umanista e accanto al batterista, ragazza che beve compulsivamente l'acqua!!! Scricchiolio della bottiglia di plastica che viene agguantata, rumore del tappo che gira, sorsata, deglutizione, "ahhhhh", sorsata, deglutizione, "ahhhhh", tappo che gira, scricchiolio della bottiglia rimessa sul tavolo. Il tutto ogni 6-7 minuti circa
giovedì 19 gennaio 2012
S.P.Q.R.
La voglia di lavorare dei romani è inversamente proporzionale alla bellezza di Roma.
Oggi ho fatto tre volte il giro della capitale per le varie analisi e visite mediche per il visto australiano: sono devastata, ma la città eterna è proprio bella!
I nostri meravigliosi tesori messi qui, lì, ovunque, solo per farsi ammirare e farti star bene.
A tutto ciò si aggiunge l'ilarità dei romani. I gladiatori che prendono il caffè al bar della metropolitana, gli avvocati che già alle 11.45 sono in pausa pranzo.. o forse sono ancora in pausa caffè dalle 10. Le ragazzine stile Moccia che trovi sull'autobus all'uscita da scuola ti sconvolgono, perchè non ci vuoi credere che Moccia sia effettivamente un genio e abbia saputo cogliere così bene la realtà. Mah, ancora non mi capacito.
Il radiologo chiaramente (da italianissimo qual è), conosce per quindicesime persone il capitano De Falco: "Er capitano è 'l marito de' 'n'amica della cugina de' mi' moje. Quando quell'imbecille gn' ha detto ch'era buio, 'o voleva ammazzà! L'handicappati ce stanno 'n tutte l'aziende, mortacci sua!".
Che gente i romani! Testa alta, fiera. Abbronzata anche il 19 gennaio. Quella città è lì da millenni, e per viverci bisogna avere il carattere giusto, arrogante, da parcheggio selvaggio: la quadrupla fila è meglio della tripla. Gente allegra, rumorosa, da buon bicchiere di vino rosso. Credo sia istinto naturale in quanto essere umano, lasciarsi andare allo spirito imperiale dopo giusto quei cinque secondi di scocciatura per il loro orgoglioso e secolare menefreghismo.
Roma capitale, faccio un po' il cazzo che mi pare.
Oggi ho fatto tre volte il giro della capitale per le varie analisi e visite mediche per il visto australiano: sono devastata, ma la città eterna è proprio bella!
I nostri meravigliosi tesori messi qui, lì, ovunque, solo per farsi ammirare e farti star bene.
A tutto ciò si aggiunge l'ilarità dei romani. I gladiatori che prendono il caffè al bar della metropolitana, gli avvocati che già alle 11.45 sono in pausa pranzo.. o forse sono ancora in pausa caffè dalle 10. Le ragazzine stile Moccia che trovi sull'autobus all'uscita da scuola ti sconvolgono, perchè non ci vuoi credere che Moccia sia effettivamente un genio e abbia saputo cogliere così bene la realtà. Mah, ancora non mi capacito.
Il radiologo chiaramente (da italianissimo qual è), conosce per quindicesime persone il capitano De Falco: "Er capitano è 'l marito de' 'n'amica della cugina de' mi' moje. Quando quell'imbecille gn' ha detto ch'era buio, 'o voleva ammazzà! L'handicappati ce stanno 'n tutte l'aziende, mortacci sua!".
Che gente i romani! Testa alta, fiera. Abbronzata anche il 19 gennaio. Quella città è lì da millenni, e per viverci bisogna avere il carattere giusto, arrogante, da parcheggio selvaggio: la quadrupla fila è meglio della tripla. Gente allegra, rumorosa, da buon bicchiere di vino rosso. Credo sia istinto naturale in quanto essere umano, lasciarsi andare allo spirito imperiale dopo giusto quei cinque secondi di scocciatura per il loro orgoglioso e secolare menefreghismo.
Roma capitale, faccio un po' il cazzo che mi pare.
mercoledì 11 gennaio 2012
Purtroppo, gli antibiotici...
Libro di farmacologia aperto sulla scrivania, esame che si avvicina inesorabile e che molto probabilmente verrà rimandato a futuro appello, pagina 633, "Amoxicillina: questo farmaco è una penicillina semisintetica penicillinasi-sensibile, dal punto di vista chimico e farmacologico...".
Sguardo che si dirige al comodino, accanto alla sveglia, al bicchiere con l'acqua e al pupazzo di Winnie the Pooh, Mopen-Amoxicillina, 1 g.
Che smacco!
Sguardo che si dirige al comodino, accanto alla sveglia, al bicchiere con l'acqua e al pupazzo di Winnie the Pooh, Mopen-Amoxicillina, 1 g.
Che smacco!
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